
Un percorso umano, imperfetto e pieno di cadute
Ogni anno, dopo il test di accesso a Medicina, si ripete lo stesso copione: punteggi bassi, polemiche, discussioni infinite sulla difficoltà delle domande. Quest’anno la fisica è stata il punto di caduta di migliaia di candidati. Ma quando una difficoltà diventa collettiva, vale la pena fermarsi e domandarsi: stiamo valutando le persone o stiamo testando un sistema che non funziona più?
Per rispondere, voglio raccontare la verità del mio cammino. Un cammino imperfetto, faticoso, pieno di inciampi. Un cammino umano.
L’inizio: un test mancato e un anno di studio solitario
Non vengo da uno scientifico. E anche se ero “portata” per le materie scientifiche, fisica è stata uno scoglio.
Frequentavo un liceo linguistico: chimica, biologia e fisica erano state un’apparizione fugace, mai approfondite davvero. La prima volta che provai il test di Medicina, a Palermo, non lo superai per pochissimo. Avrei potuto ripiegare altrove, scegliere un’altra strada, iscrivermi a una facoltà di comodo. Per motivi personali non lo feci.
Per un anno rimasi a casa a studiare da sola procurandomi testi universitari e libri di quiz pre-ammissione, manuali, esercizi su esercizi: chimica, biologia, fisica. Fu un anno di sospensione totale: o passavo, o passavo.
La seconda volta superai il test, provai una soddisfazione grande.
Ma era soltanto l’inizio.
La prima caduta: chimica e quella telefonata che cambia tutto
Il primo esame della mia carriera universitaria fu chimica. E fui bocciata. Mi sentii una fallita. Chiamai mia madre in lacrime e le dissi che forse non ero fatta per Medicina.
Come se non bastasse, avevo appena assistito a una scena che mi era rimasta addosso come ingiustizia bruciante: un mio compagno, figlio di un primario, aveva fatto l’esame a porte chiuse con il professore. Uscì da quella porta tutto tronfio e gongolante del suo 30. Io uscii con un fallimento.
Mia madre mi disse con una calma stranissima:
“Ti impegnerai di più. Ti rialzerai. A volte la vita ti sbatte porte in faccia.”
Poi, dopo qualche minuto, aggiunse:
“Papà ha avuto un incidente. Un frontale. Sono vivi per miracolo.”
Era sulla Palermo–Catania, stava portando mia nonna — malata di cancro — in ospedale a Palermo. L’auto era distrutta. Loro, vivi.
Mi si spostò l’asse del mondo. Piangevo per un esame mentre la vita sfiorava qualcosa di irreversibile.
Quello fu il mio vero esame. Smisi di piangere. Mi ridimensionai. Presi aria. Mi rimisi a studiare chimica.
Un mese dopo ero davanti allo stesso professore. Presi 30 e lode.
La fisica: la bestia nera
La fisica fu per me ciò che oggi è per molti candidati del test: un muro. Non avevo basi solide. La superai con fatica, a malapena.
È per questo che oggi guardo con tenerezza e rispetto chi cade su quelle domande. Non è sempre questione di impegno. A volte è questione di un sistema che non forma davvero. Non sempre questi test misurano la reale capacità di impegnarsi e formarsi: a volte fotografano solo lacune scolastiche pregresse.
Dal Sud al Nord: malattia, lentezza e perseveranza
Dopo tre anni decisi di trasferirmi a Padova. Entrare non fu facile: nei corsi a numero chiuso si accede solo se qualcuno rinuncia, resta indietro o lascia posti vacanti. È un secondo test nel test.
Entrai. E lì iniziò il periodo più duro della mia vita accademica: mi ammalai di una rarissima malattia della pelle. Una malattia lunga, invasiva, che ha inciso sulla mia psiche e sui miei ritmi. La terapia era impegnativa. Stare in aula o studiare era spesso un’impresa.
Ci misi quattro anni per completare il secondo triennio.
E andava bene così.
Quella malattia mi ha fatto rallentare, guardare le cose da un’altra prospettiva, capire che la fragilità è parte della formazione.
Mi laureai con 108, non con 110.
E per me fu perfetto: avevo capito che i voti non dicono tutto, che non sempre sono equi, che la vita pesa più di un numero.
Cosa insegna davvero studiare Medicina
Medicina non richiede di essere “geni”. È un percorso che chiede:
- dedizione
- costanza
- disciplina
- capacità di rialzarsi
- accettazione dell’imprevisto
- forza emotiva
- coraggio nell’ingiustizia
- e soprattutto: una trasformazione interiore
La preparazione tecnica serve, certo. Ma diventi medico quando impari a vedere la persona, non il caso clinico. Quando capisci che la paura del paziente è reale, è sacra. Quando non ti tremano più le mani davanti a una diagnosi difficile.
Le scorciatoie e chatGPT possono spiegare, aiutare, creare schemi, fare quiz. Ma non possono sostenere un esame al posto tuo, né reggere un turno enorme, né imparare la fatica, né formare la tua umanità.
Per diventare medico non devi solo sapere. Devi diventare.
E questo, nessuna scorciatoia lo sostituirà.
A chi sogna Medicina
Racconto il mio percorso perché chi sogna Medicina non si illuda che basti un test o un algoritmo. Serve molto di più. Serve trasformare dolore e imprevisti in terreno fertile. Serve la volontà di non mollare. Serve accogliere gli inciampi come parte del cammino.
Non importa da dove parti. Non importa se vieni da un linguistico, se non hai basi solide o se cadi al primo esame.
Conta la direzione. Conta il cuore. Conta quello che scegli di fare quando tutto sembra incasinarsi.
La medicina non è una professione. È un cammino di crescita, responsabilità e umanità.
E sì: la fatica non si può copiare.

No responses yet